I Tibetani si stanno ribellando all'oppressione della Cina con manifestazioni di rabbia e violenza per la sottomissione e le umiliazioni subite dal governo comunista cinese dal 1950 ad oggi.
Da Lhasa, la capitale tibetana, le notizie sono impressionanti: scontri e violenze per le strade, auto che sfrecciano da cui vengono sparate raffiche contro i manifestanti. Il numero delle vittime è imprecisato ma in continuo aumento. La città di Chendu nel Sichuan dove vive una grande comunità tibetana è totalmente circondata dalla truppe cinesi.
A molte città hanno tagliato l'energia elettrica per evitare che le notizie date dai mezzi di informazione possano scatenare altri manifestanti. Ma nel resto della Cina, invece, il governo trasmette costantemente le notizie aggiornate dimostrando la violenza della rivolta tibetana che sta distruggendo negozi, bruciando auto e uccidendo cinesi.
Filmato delle violenze durante le manifestazioni
La rivolta che sta dilagando è dovuta all'esasperazione diventata insopportabile dai tibetani ma anche alla notizia indegna secondo la quale gli Stati Uniti hanno deciso di declassificare la Cina nell'elenco dei paesi che violano i diritti umani. Poi c'è la rabbia verso il controllo e la repressione e ad una economica disastrosa. Gran parte dei posti di lavoro da mezzo secolo va ai nuovi arrivati cinesi che a loro volta richiamano i loro parenti da altre regioni della Cina.
Poi c'è il problema dei falsi monaci che il governo cinese ha inserito in quasi tutti i monasteri per evitare che i monaci veri possano avere contatti con il turismo occidentale.
Molti monaci e giovani quindi, con l'approssimarsi delle Olimpiadi previste a Pechino nel 2008, hanno sperato sul possibile impatto mediatico per mostrare al mondo i 60 anni di occupazione cinese. Intanto le manifestazioni di intolleranza verso la Cina si sta dilagando ovunque, cittadini che scendono in strada per protestare, monaci che tentano il suicidio in vari importanti monasteri. Il Dalai lama ha invitato sia i cinesi che i suoi fedeli ad evitare ogni violenza, ma la situazione è ormai sfuggita di mano a tutti.
Ma come stanno realmente le cose e perché i tibetani si stanno ribellando?
La storia dello Stato tibetano iniziò nel 127 a.C. Il paese fu unificato per la prima volta nel 7° secolo d.C. Nell'821-823 un trattato di pace fra Cina e Tibet definiva di comune accordo i confini tra i due paesi. Per secoli il Tibet è stato un paese unito, libero e indipendente, come attestato da ben tre risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite nel 1959, 1961 e 1965. Nel 1950, l'esercito cinese invade il Tibet e rapidamente lo annette alla Cina.
Nel 1959 il Dalai Lama, prima autorità del paese, è costretto all'esilio e la popolazione fu sottoposta ad orribili atti di barbarie.
Si stima che circa 2 milioni di tibetani siano morti tra il 1950 e il 1980, in conseguenza dell'occupazione cinese. Nel corso della famigerata "rivoluzione culturale" (1966-1976), seimila templi, cioè la quasi totalità dei luoghi di culto e una miriade di tesori artistici sono stati distrutti.
La rivoluzione di oggi è la più grande rivolta popolare dal 1989 quando oltre un milione di persone, guidate dagli studenti cinesi occuparono pacificamente piazza Tian'anmen a Pechino, chiedendo libertà e democrazia. I leader del Partito comunista respinsero ogni ipotesi di dialogo e il 3 e 4 giugno la piazza fu sgombrata dall’esercito con l'uso dei carrarmati. Più di mille manifestanti furono uccisi, migliaia di persone arrestate in tutto il paese, molte scelsero la fuga e l’esilio. Il desiderio di riforme fu stroncato nel sangue.
Video sulle violenze in piazza Tienanmen
Nei giorni seguenti si mise in atto una feroce caccia ai restanti contestatori, che furono imprigionati o esiliati. Il governo, inoltre, limitò l'accesso da parte dei media internazionali, dando la possibilità di coprire l'evento alla sola stampa cinese.
Leggetevi l'articolo del Daily Mail >>
E in Cina si dovrebbero organizzare le Olimpiadi 2008? L'aspetto più preoccupante, oltre ovviamente alle vicende storiche dittatoriali e alle gravi violenze contro i diritti umani, è che nessun paese si prende la responsabilità di manifestare esplicitamente il proprio disappunto, o per timore di ritorsioni belliche o per ritorsioni economiche. Fatto sta che la grande potenza cinese diventa sempre più forte e temibile ed il suo popolo, cinico e sprezzante tesse una tela fitta di intrecci commerciali internazionali il più delle volte illeciti.
Noi il nostro disappunto lo manifestiamo esplicitamente.